domenica 30 ottobre 2016

FORLI’ (segue)

La località dove Forlì sorge fu abitata sin dal Paleolitico, come dimostrano i copiosi ritrovamenti di Monte Poggiolo, con migliaia di reperti datati a circa 800.000 anni fa. Nel 2010, durante i lavori per la costruzione del nuovo carcere cittadino, è stata trovata la più grande necropoli preistorica dell'Emilia-Romagna, risalente a 4.000 anni fa, il che dimostra che già l'area era stabilmente abitata a tale epoca[7].
La città in effetti è sorta su un antico insediamento commerciale, sito sulla linea di confine che separava il territorio controllato dai Lingoni da quello dei Senoni e chiamato dagli Etruschi Ficline (Figline), cioè terra di vasai (ma anche di produzione laterizia), per le ceramiche che vi venivano prodotte e che saranno famose anche nei secoli XIV-XVI[8]. Nel Quattrocento, anzi, la produzione forlivese "batteva per fama e prestigio quella della vicina Faenza, divenuta celebre solo dal secolo scorso in poi"[9].

Il nome attuale è di origine romana, Forum Livii: il castrum fu probabilmente fondato nel 188 a.C., secondo la tradizione, da Gaio Livio Salinatore, figlio del console Marco Livio Salinatore che, nel 207 a.C., sconfisse l'esercito cartaginese guidato da Asdrubale nella battaglia del Metauro. La città, dunque, ha celebrato nel 2012 i 22 secoli di storia. Della città romana rimangono pochi resti, specialmente sotterranei (ponti, strade lastricate, fondazioni). Il forum doveva essere all'altezza dell'attuale piazza Melozzo, mentre è probabile l'esistenza di un castrum nella zona dei Romiti, sulla via per Faenza. Il castrum chiamato Livia e il forum detto Livii rifondarono l'etrusca Ficline, dando luogo a Forlì. Un importante pagus, risalente agli anni in cui era Imperatore Costanzo II, è stato rinvenuto nei pressi della località Pieveacquedotto, dove transitava l'acquedotto di Traiano.
Uno scavo condotto nel 2003-2004, in via Curte, ha messo in luce importanti resti di epoca romana: si tratta di una sequenza abitativa che va dall'età repubblicana all'età tardo antica. Il che ha permesso di capire come poteva essere la vita nell'antica Forum Livii[10].
Caduto l'Impero Romano d'Occidente, dopo il breve dominio di Odoacre, Forlì fece parte del regno degli Ostrogoti, poi dell'impero di Bisanzio. Rimase bizantina ai tempi dell'invasione longobarda, nel VI secolo, poi fece parte delle donazioni di Pipino il Breve alla Chiesa.
Nata, ovviamente per motivi di difesa, su un'isola alla confluenza di due fiumi, Forlì fu però lungamente travagliata dalle inondazioni, così, intorno al 1050, venne risistemato l'impianto dei corsi d'acqua con vari lavori di ingegneria che allontanarono dal centro abitato il rischio di nuovi allagamenti.
La città fu protagonista delle vicende del territorio romagnolo durante il Medioevo: il complesso stemma allude a diversi momenti della sua storia: la città ebbe dai Romani lo scudo vermiglio, su cui poi fu posta, in ricordo della partecipazione dei Forlivesi alla Prima Crociata, una croce bianca; un secondo scudo, bianco, attraversato dalla scritta LIBERTAS, testimonia dei periodi in cui la città si erse a repubblica (la prima volta nell'889, l'ultima nel 1405): i colori della città, pertanto, sono il bianco ed il rosso; l'aquila sveva in campo d'oro fu invece concessa da Federico II, per l'aiuto datogli nella presa di Faenza (1241), essendosi Forlì schierata dalla parte dei ghibellini. Queste benemerenze consentirono ai forlivesi di intercedere poi a favore dei faentini e di convincere Federico a risparmiare la città di Faenza, che egli intendeva invece distruggere.
L'Imperatore elargì alla città di Forlì, nell'occasione, anche un'ampia autonomia comunale, compreso il diritto di battere moneta.
Il passaggio dal libero comune alla signoria fu piuttosto tormentato: emersero, fra gli altri, i tentativi di Simone Mastaguerra, Maghinardo Pagani e Uguccione della Faggiola, ma il successo nel dominio cittadino arrise alla dinastia della famiglia Ordelaffi, che resse, sia pure con qualche interruzione, la città dalla fine del XIII fino all'inizio del XVI.
Nel 1353, Papa Innocenzo VI dalla cattività avignonese incaricò un suo Vicario, il cardinale Egidio Albornoz, di riappropriarsi delle Romagne che vennero messe a ferro e fuoco. Nel 1355, per sconfiggere definitivamente la resistenza ghibellina guidata dagli Ordelaffi, Innocenzo VI lanciò Crociata contro i Forlivesi capitanata da Luigi I d'Ungheria. La crociata si concluse nel 1359 con un accordo tra gli Ordelaffi ed il papa, che rimise la Romagna sotto la potestà dello Stato Pontificio.
Dal punto di vista tecnico, si può segnalare il fatto che Forlì, nel XIV secolo, fu una delle prime città a dotarsi di orologio meccanico, posto nella torre civica.
La Forlì medioevale vide anche la presenza di una fiorente comunità di Ebrei: si ha notizia dell'esistenza d'una scuola ebraica in città fin dal XIII secolo, mentre il più antico esempio italiano di immagine araldica ebraica (1383) proviene da Forlì; inoltre, uno statuto civico forlivese del 1359 ci testimonia la stabilità della presenza degli Ebrei e dei loro banchi. Ad esempio, è noto il fatto che, nel 1373, Bonaventura Consiglio e socio prestarono 8.000 ducati ad Amedeo VI di Savoia, avendone come garanzia la corona ed altri valori[11]. Va poi notato che, nel Medio Evo, gli Ebrei a Forlì potevano possedere terreni e fabbricati. Con il Cinquecento, però, la possibilità si restrinse ai soli fabbricati, anche a causa del passaggio della città al dominio diretto dello Stato della Chiesa.[12]
Agli anni 1390 e 1393 risalgono due libri di preghiera ebraici, illustrati, provenienti rispettivamente da Bertinoro e da Forlì, conservati attualmente in Gran Bretagna[13].
Da ricordare è anche il fatto che a Forlì operò e morì il rabbino Hillel da Verona, che con i suoi scritti poté influenzare anche l'immaginario di Dante, ospite in città poco dopo la sua scomparsa.
Forlì fu, dunque, un importante centro di affari e di vita culturale ebraica.
Da segnalare, a tal proposito, è l'importante congresso dei delegati delle comunità ebraiche di Padova, di Ferrara, di Bologna, delle città della Romagna e della Toscana, nonché di Roma, che fu convocato a Forlì il 18 maggio 1418: vi si presero decisioni sul comportamento (etico e sociale) che gli Ebrei avrebbero dovuto tenere e si inviò una delegazione al Papa Martino V per la conferma degli antichi privilegi e la concessione di nuovi.
Nel Medio Evo prende avvio anche quella che sarebbe diventata un'importante tradizione nel campo della medicina. In effetti, Forlì, come tutta la Romagna altomedioevale mantiene vive le conoscenze della cultura classica, in particolare in campo medico, in quanto terra bizantina. Così che gli stessi Carolingi "hanno potuto beneficiare delle conoscenze mediche presenti nell'esarcato di Ravenna"[14]. Nei secoli successivi, poi, troveremo medici forlivesi di grande rilievo, come ad esempio Iacopo della Torre, più noto come Iacopo da Forlì.
L'11 aprile del 1425 Alberico (o Alberigo) da Barbiano apre la prima scuola laica in Forlì: primo studente è Cristiano, il figlio del pittore e storico Giovanni di Mastro Pedrino.
Durante il Rinascimento la città vantò molteplici intrecci con la storia nazionale italiana: sua signora fu Caterina Sforza, che, vedova di Girolamo Riario (nipote di Papa Sisto IV), sposò, nel 1497, Giovanni de' Medici (detto "il Popolano"), matrimonio dal quale nacque, l'anno successivo, Ludovico (poi Giovanni) detto Giovanni dalle Bande Nere, il famoso capitano di ventura, padre di quel Cosimo I de' Medici che sarà il primo Granduca di Toscana. Caterina, nonostante un'eroica resistenza nella rocca di Ravaldino, in Forlì, fu sconfitta da Cesare Borgia nel piano di espansione dei possedimenti papali in Romagna.
Dopo un effimero tentativo di ritorno degli Ordelaffi, il Papa Giulio II, di passaggio a Forlì nel 1506, riuscì ad imporre, almeno provvisoriamente, la pace tra i guelfi e i ghibellini.
Tornata sotto il dominio papale, Forlì costituì il centro della Romagna pontificia. Il governo papale garantì alla città e ai suoi abitanti un periodo di traquilla vita civile, soprattutto dopo l'istituzione della magistratura dei Novanta Pacifici, voluta, nel 1540, da Giovanni Guidiccioni. A questo proposito, Adamo Pasini scrive: "Qualunque sia il giudizio che si vuol dare del governo che in quel secolo venne a consolidarsi, sta di fatto che il cinquecento segna il sorgere della nostra aristocrazia, della nostra edilizia, della nostra letteratura. Dire che sono morti per la storia i tre secoli XVI, XVII e XVIII, per dedicare dei volumi ai secoli XIII - XIV - XV, significa dare troppa importanza alla guerra civile e poca o nessuna importanza all'economia, allo studio, al lavoro"[15]
A riprova di quanto dice Pasini, nel 1522 nacque a Forlì un apposito Collegio che laureava alla carica di notaio[16].

Sono da ricordare i vescovi Pier Giovanni Aleotti (1551-1563) ed Antonio Giannotti (1563-1578), la cui incisiva azione portò la città ad essere "citata come esempio di ortodossia e di zelo religioso"[17] ed influenzò la stessa scuola artistica forlivese, ponendola in sostanziale anticipo perfino sull'evoluzione della scuola romana[18].
Nel 1630, la città sfuggì alla peste, che pure aveva devastato il resto d'Italia e la Romagna. La popolazione ne attribuì il merito ad un intervento miracoloso della Madonna del Fuoco, in onore della quale venne innalzata una colonna celebrativa nel Campo dell'Abate (oggi piazza Saffi).
Dal punto di vista generale, pur tra varie vicissitudini, come il saccheggio operato dagli Austriaci nel 1708, la situazione politica rimase sostanzialmente immutata fino all'Unità d'Italia, eccetto che per un breve periodo di indipendenza politica dallo Stato Pontificio attorno al 1797, quando Forlì divenne capoluogo del dipartimento del Rubicone nella nuova divisione amministrativa dettata dalle truppe di Napoleone al seguace Regno d'Italia. Tra le leggi imposte dal nuovo codice civile napoleonico c'era la possibilità di divorzio e un cittadino di Forlì ne fece richiesta (prima causa di divorzio a oltre 150 anni dalla legge attuale).
Inoltre, i funzionari napoleonici si occuparono di indagare gli usi e costumi delle popolazioni sottomesse, producendo una notevole mole di dati sulle tradizioni popolari di questa parte di Romagna. Un forlivese riuscì a recuperare parte di quelle indagini (per la verità in gran parte provenienti da Sarsina, ma in uso anche a Forlì) e ne pubblicò un testo che è uno dei primi lavori sulle tradizioni romagnole, poi seguito dall'opera del Pergoli verso la fine dell'Ottocento, che si occupò della raccolta di canti anche a Forlì e a San Martino in strada (frazione di Forlì).
Nella prima metà del XIX secolo, la legazione pontificia di Forlì, affidata ad un Cardinale legato, comprendeva anche le città di Cesena e Rimini.
Nel gennaio 1832 la città viene saccheggiata e 21 suoi cittadini uccisi durante le Stragi di Cesena e Forlì ad opera delle truppe pontificie durante la repressione finale dei moti romagnoli.
È da ricordare, durante la Repubblica Romana del 1849, l'iniziativa dei banchetti patriottici, che si tennero, a suo sostegno, a Forlì, e fu l'unico caso in tutta Italia: si trattò di pubblici banchetti patriottici, che videro una massiccia partecipazione di pubblico pagante[19].
Dal punto di vista culturale, il Rinascimento vede nascere e fiorire, con Melozzo e Marco Palmezzano, la scuola forlivese d'arte, portata avanti poi da autori come Francesco Menzocchi e Livio Agresti nel XVI secolo, e dai loro epigoni dei secoli successivi. Si segnalano anche importanti produzioni di maioliche e ceramiche: da ricordare almeno il nome di Leucadio Solombrini, che il re Francesco I di Francia volle invitare ad aprire una bottega presso la sua corte di Amboise.
Prosegue anche l'illustre tradizione medica forlivese, con personaggi come Girolamo Mercuriali e Giovan Battista Morgagni.
Nella seconda metà del XIX secolo Forlì diventa il "zitadòn" (cittadone) della Romagna: un centro grande rispetto alle altre realtà urbane limitrofe, la cui prosperità deriva dall'agricoltura - molto diffuso il tipico contratto di mezzadria - e dal commercio del sale tramite la via diretta verso Cervia e le sue saline, nonché dal suo posizionamento sulla strategica via Emilia, a metà strada fra Bologna e Rimini. La città, però, conosce anche i primi fenomeni di industrializzazione: la fabbrica di biliardi; la birreria di Gaetano Pasqui; le fornaci della prima metà del XIX secolo; la Becchi, per la realizzazione di stufe in cotto divenute poi celebri; la Società Anonima Bonavita per la produzione del feltro; le importanti Officine Forlanini[20]. Dal punto di vista culturale, Forlì è una città attiva, con presenza di alcune testate giornalistiche[21].

Non mancarono personalità di spicco durante il Risorgimento: Aurelio Saffi, repubblicano mazziniano e Piero Maroncelli, amico di Silvio Pellico e imprigionato come lui per il suo ideale di un'Italia unita e libera da dominazioni straniere o religiose.
A riprova della modernizzazione in atto, il 21 maggio 1915 (appena prima dell'ingresso dell'Italia nella Prima Guerra Mondiale), nel luogo dove ora insiste il polo universitario, entrò ufficialmente in funzione il nuovo ospedale cittadino, intitolato a Giovan Battista Morgagni[22].
La città piange i suoi martiri della Grande Guerra e nel primo dopoguerra dimostra una notevole vivacità intellettuale, ad esempio con l'inaugurazione del Cenacolo Artistico Forlivese (1920). Ma è con l'ascesa del Fascismo e la Seconda guerra mondiale che Forlì torna a far molto parlare di sé. A 15 km dalla città, a Predappio, nasce Benito Mussolini: quando egli diviene prima presidente del consiglio, poi duce, inevitabilmente Forlì gode di una certa fama di ritorno, cominciando a essere presentata nella propaganda ufficiale come "la città del Duce"[23]. Questo ha comportato conseguenze negative negli anni del dopoguerra, quando si poté assistere, a mo' di contrappasso, a quella che uno storico ha definita un'implicita conventio ad tacendum: tutte le volte che non fosse proprio inevitabile citarla, Forlì non doveva essere nemmeno menzionata[24]. Per esprimere il particolare stato d'animo presente a Forlì nei decenni successivi alla guerra, Giorgio Bocca parla di complesso del Duce[25].
Durante il regime, comunque, Forlì si sviluppò oltre il suo ambito territoriale ed economico tradizionale: gli architetti del regime si sbizzarrirono nel progettare nuovi edifici corrispondenti al gusto del momento, come ad esempio la nuova stazione ferroviaria, il nuovo Palazzo delle Poste e quello degli Uffici Statali (la cui architettura ricorda una "M", come Mussolini) nella centrale piazza Saffi, viale Benito Mussolini (ora Viale della Libertà), lungo il quale sorse l'Istituto Tecnico Statale, con la pianta a forma di enorme "B" (come Benito)[26]. tutto questo fervore edilizio qualifica Forlì, secondo Ulisse Tramonti (dell'Università di Firenze), come "vetrina nazionale dell'architettura razionalista"[27].
Crebbero poi le industrie locali (Forlanini, Mangelli); nel 1936 venne inaugurato l'aeroporto "Luigi Ridolfi", allora il più grande aeroporto militare d'Italia, scalo che, nel dopoguerra, fu a lungo polo di traffici commerciali con i Paesi dell'Europa comunista.
La città pagò il suo conto di vite umane alla guerra, sopportando inoltre la perdita di inestimabili tesori artistici, come la chiesa di San Biagio o il teatro comunale; anche la Torre civica fu bombardata, per poi venire ricostruita in seguito. Il campanile della Basilica di San Mercuriale venne invece risparmiato dai tedeschi in ritirata, le voci del popolo indicano per intercessione e supplica del parroco don Giuseppe Prati detto, amabilmente, don Pippo. Certa è l'opera del vescovo di allora della città, monsignor Giuseppe Rolla, che sicuramente pagò un prezzo molto consistente in termini di vettovaglie e bestiame per l'esercito tedesco in ritirata. Recentemente alcuni voci "nostalgiche" vorrebbero indicare nell'intervento diretto di Benito Mussolini la causa del salvataggio del campanile. Questa possibilità è in realtà remota. All'inizio del '900 lo stesso Mussolini, fervente anticlericale, diede alle fiamme il portone della medesima chiesa subendo anche una condanna riportata dalle cronache di allora.
Tra i momenti tragici della guerra, va anche ricordato l'eccidio di Forlì, nel quale, presso l'aeroporto cittadino, furono uccise 42 persone, nel settembre del 1944. Altri eccidi furono consumati nel forlivese: l'eccidio di San Tomè[28] e l'eccidio di Branzolino[29].
Forlì venne liberata relativamente presto, rispetto alle altre zone del Nord Italia: il 9 novembre 1944, dopo un'accanita battaglia per il valore simbolico che Forlì aveva in quanto "città del Duce", tanto che Hitler aveva ordinato di non cederla facilmente, le truppe alleate britanniche ed indiane entravano in città, provenienti da Cesena, con l'appoggio delle brigate partigiane. Proprio in quanto città-simbolo, i britannici vollero riservare a sé l'onore di entrare a Forlì, precedendo sia gli stessi partigiani sia i Polacchi di Władysław Anders, che già avevano preso Predappio. Ancora oggi è presente e visitabile, quasi di fronte al Cimitero Monumentale, il ben curato Cimitero degli Indiani, a ricordo di quanti di loro persero la vita in questa occasione.
Ad un mese dalla liberazione, il 10 dicembre del 1944, Forlì fu sconvolta da un bombardamento dell'aviazione tedesca, che sperimentava per la prima volta l'effetto su un centro abitato di un nuovo tipo di bomba, la Grossladungsbombe SB 1000, con sviluppo esplosivo orizzontale anziché a "a imbuto" (e con la relativa mancanza del cratere)[30]. A questo bombardamento si deve, oltre a numerosi morti, la perdita della Chiesa di San Biagio.
Primo sindaco della Forlì liberata fu Franco Agosto, cui oggi è dedicato il Parco Urbano, polmone verde urbano sull'ansa che il fiume Montone forma nei pressi di Porta Ravaldino.
Forlì è tra le Città decorate al Valor Militare per la Guerra di Liberazione, insignita della Medaglia d'Argento al Valor Militare per i sacrifici e il coraggio delle sue popolazioni e per la sua attività nella lotta partigiana durante la seconda guerra mondiale[31]
Nel dopoguerra la città si è stabilizzata nelle sue attività tradizionali legate al settore agricolo e artigianale, sviluppando una dinamica realtà di piccole imprese artigianali o cooperative.
Forlì fu anche teatro di un omicidio targato Brigate Rosse. Il 16 aprile 1988 (a dieci anni dall'assassinio di Aldo Moro, e proprio pochi giorni dopo la nascita del nuovo governo presieduto da De Mita, che Ruffilli aveva contribuito a creare), assassinarono il senatore Roberto Ruffilli nella sua casa di Corso Diaz, nel rione Ravaldino.
Il 5 aprile 2009, intorno alle ore 22,20, fu avvertita una scossa tellurica di magnitudo 4,7 tra le città di Forlì e Faenza, che anticipò il terribile terremoto del 6 aprile 2009 de L'Aquila.
« D'oro, all'aquila spiegata di nero, coronata e membrata del campo, tenente nell'artiglio destro uno scudetto ovale posto in banda di rosso alla croce d'argento, e in quello sinistro uno scudetto pure ovale posto in sbarra d'argento alla fascia dello stesso, bordata e caricata del motto Libertas, il tutto di nero. Ornamenti esteriori da città. »

Il gonfalone comunale, con al centro lo stemma cittadino, è diviso in due metà: la superiore bianca, l'inferiore rossa.

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