martedì 13 settembre 2016

La storia : Napoleone in Emilia Romagna
Nell’età napoleonica l’Emilia Romagna ha avuto un ruolo da protagonista: qui Napoleone sperimentò un modello di conquista, poi esteso a tutta l’Europa, basato non solo sulle sue indubbie abilità militari ma anche e soprattutto sulla modernità delle soluzioni istituzionali e amministrative di cui si fece portatore. Con Napoleone giunse la Rivoluzione dell’89, una rivoluzione ormai alla ricerca di uno stabile equilibrio   tra innovazione e ordine, garantito dalla tutela rigorosa  della proprietà privata borghese. Lo Stato napoleonico fu uno Stato laico, fondato sull’uguaglianza di fronte alla legge, su un “contratto sociale” che ha il suo presupposto nell’idea di nazione, in cui i cittadini esprimono la propria volontà attraverso forme di rappresentanza elettiva. Uno Stato che, per garantire il progresso civile e materiale, si dota di una fitta rete di strutture burocratiche e di funzionari, nei settori dell’economia, dell’istruzione, dell’ordine pubblico, del fisco ecc.
Quando le truppe francesi varcarono i confini emiliani a Castel San Giovanni ed entrarono a Piacenza, all’inizio di maggio del 1796, fu subito chiaro che il ruolo della regione nel conflitto in corso sarebbe stato rilevante. Dopo la breve fase della Repubblica cispadana, nel maggio del 1797 Napoleone pose fine all’operazione statale in Emilia, fondendola con la Repubblica cisalpina, che avrebbe avuto per capitale Milano, in uno Stato esteso dalle Alpi all’Adriatico. A novembre la regione fu suddivisa in sette dipartimenti: Crostolo, con capoluogo a Reggio; Panaro, con Modena; Reno, con Bologna; Alta Padusa, con Cento; Lamone, con Faenza; Rubicone, con Rimini; Basso Po, con Ferrara.
Anche la Romagna, estranea fino ai primi mesi del ’97 all’avventura “francese”, vi era stata inserita di forza. Unita Imola fin dal 1° febbraio alla Repubblica bolognese, le truppe francesi prevalsero rapidamente sull’esercito pontificio nella battaglia sul Senio. Faenza, Forlì, Cesena, Rimini, Ravenna furono occupate tra il 3 e il 4 febbraio senza opporre alcuna resistenza, mentre gran parte della popolazione delle campagne abbandonava terrorizzata i propri borghi, cercando rifugio sui monti. Il 19 febbraio, con le truppe francesi scese fino alle Marche e all’Umbria, a Tolentino fu firmato il trattato di pace con Pio VI.
Il territorio romagnolo fu rapidamente organizzato sotto la direzione di un’amministrazione centrale dell’Emilia, alla quale dovevano fare capo tutte le municipalità. Furono aboliti i titoli nobiliari, le livree, gli stemmi gentilizi, furono soppressi i feudi, ridotti di numero i conventi, eliminata qualsiasi giurisdizione privilegiata degli ecclesiastici e ogni loro esenzione fiscale, liberalizzati gli scambi commerciali: anche per la Romagna la nuova dimensione di una società moderna stava prendendo forma. Ciò avvenne però insieme alle consuete requisizioni di guerra e all’imposizione sulle rendite e sui patrimoni dei cittadini, di contributi in denaro e vettovaglie, che danneggiarono l’economia e alimentarono il malcontento, terreno di coltura dell’insorgenza popolare antifrancese, fomentata dalla propaganda ecclesiastica. Si costituirono vere e proprie bande, soprattutto nelle montagne del Cesenate e del Riminese, come pure a Lugo e a Massalombarda. In tutti i casi la repressione fu durissima.
Non pochi furono i motivi di insoddisfazione, particolarmente dopo la partenza di Napoleone per la campagna d’Egitto, nel 1798, a causa delle vessazioni e imposizioni determinate dall’alleanza con la Francia. Numerose furono le esplosioni di malessere sociale, causate, in particolare, dal pesante fiscalismo. Vi furono certamente importanti riforme, come l’eliminazione dei privilegi, l’uguaglianza di fronte alla legge, la libertà di pensiero e di stampa, contraddette però da provvedimenti che limitavano la libera vita associativa.
La vendita dei beni ecclesiastici andò quasi esclusivamente a vantaggio della ex nobiltà e della ricca borghesia, anche grazie ai legami sociali con gli uomini di governo, che spesso permettevano l’acquisto delle terre a basso prezzo e forti dilazioni nei pagamenti. Non fu realizzata alcuna riforma agraria, invece, che andasse a vantaggio della piccola proprietà.
Nella primavera del 1799, le truppe austro-russe, affiancate dalle bande di “insorgenti”, dilagarono vittoriose in regione: il vecchio regime tornò ovunque e le reggenze imperiali tentarono di restaurare l’assetto economico-sociale sconvolto dall’avvento dei francesi. Tuttavia ormai alcuni cambiamenti, come la vendita delle terre, non vennero toccati, per non inimicarsi i ceti sociali più ricchi. Il ritorno di Napoleone, dopo la travolgente campagna del giugno 1800, culminata con la vittoria di Marengo, fu accolto con entusiasmo, poiché esso rappresentava il riaffermarsi di valori ormai collettivamente condivisi (autogoverno, uguaglianza, libertà, democrazia, indipendenza nazionale) anche se nei fatti scarsamente applicati. Gli austriaci, invece, rappresentavano un puro ritorno al passato.
Il 26 gennaio del 1802, a Lione, un’assemblea di rappresentanti italiani votò una nuova costituzione e approvò la nascita della Repubblica italiana, presieduta dallo stesso Napoleone.
Fu avviato in seguito un significativo sforzo per uniformare e omogeneizzare la legislazione e l’amministrazione del territorio (codice civile, penale, di commercio, ecc.), estesi a tutta la società. Il nuovo Stato si avvalse di un esercito nazionale, di una precisa macchina giudiziaria, di un apparato fiscale ordinato e metodico, in grado di garantire il flusso di ricchezza.
La costituzione accentuava ruolo e poteri del potere esecutivo, affidando l’espressione della sovranità nazionale a tre collegi di 700 persone, divise tra possidenti, commercianti e dotti, che esemplificavano la nuova gerarchia di valori fondata sulla ricchezza e sui “lumi”. Figura amministrativa fondamentale divenne quella del prefetto, espressione diretta del potere centrale, con poteri di polizia, di controllo sull’autorità dipartimentale e comunale, di supervisione delle spese e di preparazione dei bilanci. Il territorio regionale fu suddiviso nei dipartimenti del Crostolo, Panaro, Reno, Basso Po e Rubicone, con capoluogo rispettivamente Reggio, Modena, Bologna, Ferrara e Cesena.
Il passaggio dalla Repubblica al Regno d’Italia, nel maggio del 1805, con Napoleone imperatore, non mutò nella sostanza simili linee di sviluppo. Gli aspetti qualificanti dello Stato moderno, di cui si era intrapresa la costruzione, restarono tutti, salvo accentuare i caratteri di rigidità centralizzatrice, di autoritarismo amministrativo, di immobile fissità delle gerarchie sociali fondate sulla ricchezza, formalmente riconosciute da Napoleone con l’istituzione di nuovi ordini nobiliari legati al suo trono. La macchina amministrativa del Regno richiese un apparato vasto di funzionari ed impiegati competenti. Essa però apparve spesso come una cappa soffocante per  i singoli e per le comunità locali. Il blocco continentale e le continue guerre, che significavano nuove tasse, campi di armamenti dislocati lungo l’Emilia, incursioni di nemici, bisogno incessante di soldati, alimentarono il malcontento, la renitenza alla leva, il brigantaggio e l’insorgenza.
Alla fine del 1813, dopo il disastro russo e la sconfitta di Lipsia, riapparvero gli austriaci nel dipartimento del Basso Po e sulle coste romagnole sbarcarono truppe della coalizione antifrancese. Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, tentò vanamente di inserirsi nel gioco diplomatico, occupando temporaneamente le maggiori città della regione. Vi tornò nel 1815, nel periodo dei “cento giorni”, tentando una “lotta di liberazione” dell’Italia dallo straniero. Le appassionate parole del proclama di Rimini (“L’ora è venuta che debbono compiersi gli alti destini d’Italia. La provvidenza vi chiama infine ad essere una nazione indipendente. Dall’Alpi allo stretto di Scilla odasi un grido solo: l’indipendenza d’Italia”) erano premature poiché non era ancora sorta una coscienza nazionale. Tuttavia, l’esperienza napoleonica non era passata invano: il ritorno al vecchio regime era ormai un vestito troppo stretto.






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